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  12 . La Rivoluzione al termine: il successo della borghesia.
  
  Da: G. Lefebvre, La Rivoluzione francese, Einaudi, Torino, 1962.
     
         Il  ruolo ed il peso delle varie forze politiche e sociali  
         stato  oggetto  di  acceso dibattito fra  gli  storici  della
         Rivoluzione  francese; una delle analisi pi  approfondite  
         quella  contenuta nelle opere di Georges Lefebvre,  il  quale
         distingue  varie  fasi (aristocratica, borghese,  popolare  e
         contadina),  a  seconda  del prevalere  di  una  forza  sulle
         altre,   affermando  comunque  che  la  Rivoluzione  fu   "il
         coronamento  di una lunga evoluzione economica e sociale  che
         ha  fatto  della borghesia la padrona del mondo". Il successo
         della  borghesia appare evidente nel seguente passo,  in  cui
         lo  storico  francese analizza le cause  che  portarono  alla
         fine della dittatura di Robespierre.
     
La maggior parte del paese era ostile al governo rivoluzionario. Nulla
di  men  che  naturale nel caso di coloro che sin dal  1789  si  erano
opposti  al  Terzo Stato o che erano stati progressivamente  spinti  a
prendere  posizione contro la Rivoluzione da considerazioni  personali
d'interesse  o  di  amor proprio, dalla fedelt  alla  monarchia,  dal
sentimento religioso o dalla paura della "legge agraria". Ma tale  era
egualmente il caso di molti che, pur restando fedeli ai principi della
Rivoluzione,  aspiravano  a  riavere la  libert  dell'impresa  e  del
profitto  o  che,  pi semplicemente, erano stanchi e desideravano  la
pace. Gli stessi Giacobini dei clubs, che erano (si  calcolato) circa
un  milione,  eran  divisi da profondi contrasti: gli  artigiani  e  i
bottegai eludevano, appena fosse loro possibile, il maximum [il prezzo
massimo   stabilito  dal  calmiere],  mentre  i  Sanculotti,   delusi,
rimproveravano ai Comitati [i comitati di salute pubblica formatisi  a
Parigi  e  nel resto della Francia] l'eliminazione dei loro  capi,  si
agitavano  nelle  officine  e  nelle  botteghe  e  manifestavano   con
incidenti   di  vario  genere  la  loro  crescente  disaffezione.   La
Convenzione, uscita dalla borghesia, desiderava, da parte  sua,  farla
finita con il dirigismo economico e ristabilire l'autorit politica  e
sociale  della  sua  classe. Essa non perdonava ai Montagnardi  n  di
essersi  imposti  con  la pressione delle masse popolari  n  di  aver
decimato  l'Assemblea [prima attraverso l'espulsione dei  girondini  e
quindi  con  la condanna a morte dei seguaci di Hbert e  di  Danton]:
dopo   la   legge  di  pratile  [legge  che  consentiva  al  tribunale
rivoluzionario  di  emettere condanne sulla  base  anche  di  semplici
sospetti], essa viveva nel timore d'una nuova epurazione. Dato  che  i
Montagnardi  non  godevano pi dell'appoggio  dei  Sanculotti  [perch
avevano   eliminato  gli  hbertisti],  la  Convenzione   poteva   ora
riprendersi. Finch la Rivoluzione era rimasta in pericolo, essa aveva
esitato a comprometterne la difesa, e la tremenda difficolt del

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compito  aveva tenuto a freno le ambizioni; adesso la vittoria  faceva
tacere gli scrupoli e scatenava le cupidigie: chi non si sentiva degno
di   far  parte  del  Comitato  di  salute  pubblica  per  raccogliere
orgogliosamente i frutti dopo aver schivato modestamente cos a  lungo
i rischi?
     Tutti  gli  avversari del governo rivoluzionario se la prendevano
specialmente con Robespierre. Nulla di pi naturale: era stato  lui  a
difendere,  con  coraggio e chiaroveggenza, l'opera dei  Comitati  sia
alla  Convenzione  sia  [davanti] ai Giacobini; il  culto  dell'Essere
Supremo  e  la legge di pratile lo avevano messo in speciale evidenza;
e,  poich  tale  legge appariva come uno strumento  escogitato  dagli
attuali  dirigenti per conservare il potere, l'imputazione si  volgeva
soprattutto contro di lui e lo si sospettava di preparare  la  propria
dittatura.  In  realt,  Robespierre non esercitava  nel  Comitato  di
salute pubblica nessun potere personale; era stato uno degli ultimi  a
entrarvi, non ne sceglieva i membri, non lo presiedeva nemmeno,  agiva
soltanto  con l'approvazione dei colleghi. Pure, il suo incontestabile
ascendente, la sua imperiosa eloquenza, il rifiuto inflessibile d'ogni
compromesso,  la sua implacabile durezza verso i traditori  e  la  sua
sospettosa tendenza a considerar tale ogni oppositore gli procuravano,
anche  nel  club dei Giacobini, l'accusa di esercitare una  "dittatura
d'opinione". [...]
     Indubbiamente,  l'organizzazione di un potere  centrale  omogeneo
che   attuasse,   nel   governo  rivoluzionario,   l'unit   d'impulso
ossessionava  il  pensiero di Robespierre e  quello  di  Saint-Just  e
appariva  loro l'indispensabile complemento del centralismo.  Inoltre,
in  molti  membri  del  Comitato di sicurezza generale  persisteva  la
tendenza hbertista; l'opposizione alla scristianizzazione e il  culto
dell'Essere   Supremo   li  indignavano;  con  ogni   verosimiglianza,
Robespierre  spiaceva loro anche per le sue maniere, che lo  rendevano
invece  popolare tra la piccola borghesia rivoluzionaria, la quale  si
riconosceva   in  lui.  Rimasto  povero,  nonostante   le   sue   doti
intellettuali, egli conduceva, in casa dell'ebanista Duplay, rue Saint-
Honor,   una   vita  modesta  e  familiare;  fondatore  del   partito
democratico e fraterno con gli umili, era tuttavia assai accurato  nel
vestire  e sdegnava il disordine dei Sanculotti, la carmagnola [giubba
indossata  dai popolani durante la rivoluzione, da cui il nome  di  un
ballo allora in voga] e il berretto rosso.
     Se,  per  lo  meno,  il Comitato di salute pubblica  fosse  stato
unito,  esso  avrebbe potuto fronteggiare la situazione: ma  anch'esso
era diviso da interni contrasti; e anche qui la maggioranza era ostile
a  Robespierre.  Soltanto Couthon [Georges-Auguste  Couthon,  avvocato
seguace di Robespierre] e Saint-Just gli erano rimasti fedeli. [...]
     Il  vero  animatore dell'opposizione a Robespierre  e  quindi  il
vero  ispiratore  del  9  termidoro fu Carnot [Lazare-Nicolas  Carnot,
esponente  moderato  del Comitato di salute pubblica].  Inoltre,  alla
divergenza delle concezioni sociali si aggiunsero contrasti  personali
provocati  da  un  individualismo esacerbato. Quegli uomini,  probi  e
capaci,   erano   di  temperamento  autoritario  (Carnot   soprattutto
s'irritava   per   le  critiche  che  Robespierre  e  Saint-Just   non
risparmiavano  ai  suoi piani); logorati dal lavoro, sovreccitati  dal
pericolo,  essi si frenavano a fatica. Robespierre, le cui  condizioni
di  salute  non  erano buone, si mostrava irritabile e  non  perdonava
facilmente; affabile e mite con gl'intimi, freddo e distante  con  gli
altri, non sapeva sorridere. Gli alterchi si fecero frequenti. [...]
     L'8  termidoro  (26 luglio) Robespierre denunci all'Assemblea  i
suoi avversari e chiese che venisse attuata "l'unit del governo";  la
Convenzione, soggiogata, vot la stampa del discorso e il suo invio  a
tutte  le  municipalit. Ma Robespierre, invitato a  fare  i  nomi  di
coloro che accusava, si rifiut di farlo: fu la sua rovina, perch  se
ne  argu  che  egli  chiedesse una cambiale  in  bianco.  La  Pianura
[raggruppamento  politico della Convenzione, cos  chiamato  perch  i
suoi membri sedevano nei banchi posti nella parte pi bassa dell'aula;
altra  sua  denominazione era Palude, usata con intento  dispregiativo
per  evidenziarne la volubilit politica] s'impenn: il decreto  venne
annullato.  Ma non si sarebbe essa arresa il giorno dopo,  come  aveva
fatto  altre volte, quando Robespierre e Saint-Just sarebbero  tornati
alla carica? Risoluti ormai ad abbattere questi ultimi per evitare  la
propria proscrizione, i loro nemici, prevedendo che il
     
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     Comune  [organo  dell'amministrazione locale,  controllato  dalle
forze  rivoluzionarie  di  orientamento democratico-popolare]  avrebbe
chiamato  le sezioni alle armi, si misero d'accordo sulla  tattica  da
seguire. Quando la seduta si apr, il 9 termidoro, a mezzogiorno, essi
impedirono  a  Saint-Just e a Robespierre di parlare.  Nel  baccano  e
nella  confusione,  i  Comitati fecero togliere  a  Hanriot  [Franois
Hanriot,  seguace di Hbert schieratosi in difesa di  Robespierre]  il
comando della Guardia nazionale, che fu restituito ai comandanti delle
otto  legioni,  a turno, e decretare l'arresto di Dumas [Ren-Franois
Dumas,   altro  seguace  di  Robespierre]  presidente  del   Tribunale
rivoluzionario.  Poi  un  oscuro  dantonista  chiese  e  ottenne   che
venissero  messi  sotto  accusa i due Robespierre  [Maximilien  e  suo
fratello  minore  Augustin],  Saint-Just  e  Couthon.  Alle  tre   del
pomeriggio tutto era terminato.
     Il  Comune si dichiar allora in stato d'insurrezione. Ma Hanriot
si  agit  vanamente e, mentre tentava di liberare i suoi amici,  fin
col  farsi catturare. Soltanto due comandanti di legione risposero  al
suo   appello.  Cos  l'autorit  della  Convenzione  prevalse   e   i
robespierristi  sperimentarono  le conseguenze  della  condanna  degli
Hbertisti  e  della  dispersione  dei  quadri  insurrezionali   della
capitale.  Pure,  verso  le sette di sera,  tremila  uomini  circa  si
trovarono riuniti nella piazza di Grve con una trentina di cannoni. A
questa forza temibile mancarono i capi. La Convenzione, che alle sette
aveva  ripreso  la  seduta,  mise  fuori  della  legge  Robespierre  e
gl'insorti.  Intimiditi,  i  comitati  rivoluzionari,  le  sezioni,  i
Giacobini  non presero nessuna decisione. I deputati arrestati  furono
bens liberati e, tra le nove e il tocco di mezzanotte, giunsero l'uno
dopo  l'altro  all'Htel de Ville; ma essi non  presero  la  direzione
dell'insurrezione.   Non   la   sconfessarono,   ma   la   giudicarono
probabilmente  destinata all'insuccesso: avendo  sempre  affermato  di
governare   in  nome  della  rappresentanza  nazionale,  essi   furono
paralizzati dalla contraddizione in cui si trovavano e si rassegnarono
alla  loro sorte. I Sanculotti, abbandonati a se stessi, si ritirarono
alla  spicciolata:  al tocco di mezzanotte, la  piazza  di  Grve  era
deserta. Un'ora dopo, le forze della Convenzione invadevano l'Htel de
Ville.  Le  guardie  nazionali dei quartieri  ricchi  avevano  fornito
all'Assemblea contingenti il cui comando era stato affidato  a  un  ex
ufficiale,  Barras  [Paul-Franois-Jean-Nicolas Barras,  ufficiale  di
famiglia   aristocratica],  che,  promosso  cos   a   salvatore   dei
termidoristi, vide aprirsi davanti a s una nuova carriera. [...]
     Svanita  ogni  speranza,  Robespierre si  tir  una  pistolettata
senz'altro risultato che di fracassarsi la mascella. L'Htel de  Ville
fu invaso senza colpo ferire e i suoi occupanti arrestati. Subito dopo
cominci,  in  tutta  Parigi,  un rastrellamento  su  larga  scala  di
Giacobini   e   di   communalistes   [gli   ex   membri   del   Comune
insurrezionale].
     La  sera  del 10 termidoro (28 luglio) Robespierre, suo  fratello
Augustin,  Saint-Just,  Couthon,  Dumas  e  altri  diciotto  arrestati
vennero  ghigliottinati  in  piazza della Rivoluzione,  dov'era  stato
riportato  il patibolo; l'11 un'"infornata" di settantun  persone,  la
pi  numerosa di tutta la Rivoluzione, sub la stessa sorte; il giorno
dopo  ce  ne  fu  un'altra, di dodici persone. Altri tre  "fuorilegge"
completarono nei giorni successivi l'ecatombe.
     In  tutta  la  Francia  grande fu lo smarrimento  dei  terroristi
[coloro  che avevano preso parte attiva alle iniziative rivoluzionarie
promosse  nel  periodo  del cosiddetto "terrore"]:  anche  Robespierre
aveva  tradito la Repubblica, come Hbert e Danton! La maggior  parte,
in  fondo, non volle crederlo. Ma la grande maggioranza della  nazione
si   mostr  soddisfatta,  giudicando  colpito  a  morte  il   governo
rivoluzionario. Essa non s'ingannava.
